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Società

Ciao Monir! (Poison Heart)

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di Don Pietro Sacchi

È martedì mattina e fa molto freddo, sono travolto da problemi sociali di cui mi occupo ‘pastoralmente’ (e non) che inevitabilmente diventano personali… come accade in questi momenti, dopo aver pregato arriva la caffeina e, dopo aver acceso il computer, invio musica dall’app del PC che la riproduce in modalità casuale da una playlist casuale. L’app si diverte a ravanare nel mio passato: arriva una voce calda, affettiva, profonda e penetrante, dal lieve accenno nasale e allo stesso tempo decisa, graffiante, determinata e disarmante, che mi ricorda la rabbia adolescenziale di chi aveva perso la mamma troppo presto. È la voce di Joey Ramone che, accompagnato da chitarre, basso e batteria, fa piovere il ritornello:

“Well, I just want to walk right out of this world, ’cause everybody has a poison heart.
I just want to walk right out of this world, ’cause everybody has a poison heart.”

“Beh, voglio solo andarmene da questo mondo, perché tutti hanno il cuore avvelenato. Voglio solo andarmene da questo mondo, perché tutti hanno il cuore avvelenato.”

Intanto esco e apro il cancello della parrocchia e, come di consueto, trovo ad attendermi gli amici della strada, uomini più o meno giovani che alloggiano in case disabitate e in zone “tattiche della città” rispetto ai centri aiuto e soprattutto alla possibilità di scaldarsi un po’, poiché il dormitorio è pieno o semplicemente (come nel caso di Monir, di cui voglio raccontarvi qualcosa) scelgono di non farsi accogliere optando per un’altra soluzione.

Chiedono un pacchetto di sigarette, una ricarica telefonica per parlare coi parenti, un paio di scarpe o una giacca, di andare in farmacia… e ad un certo punto uno di loro, guardandomi con gli occhi tristi subito dopo rivolti all’asfalto, mi dice: “Hai saputo?” e io: “No… cosa?” e lui: “Monir… è morto”.

Subito mi balzano alla mente le immagini di quando lo incontrai per la prima volta: erano i primi anni duemiladieci quando ancora non ero parroco a Voghera, ma già coinvolto in questi “sottomondi” della nostra società ne bazzicavo i centri aiuto. Qui ho conosciuto Monir presso un ente benefico della città a cui si appoggiava. Era alto e scuro di pelle, con i ricciolini neri, e la sua casa era una baracca ricavata dall’assemblaggio di alcuni pallet riciclati, lungo le rive del torrente Staffora.

Si accompagnava con una donna dell’Est e non dava subito confidenza; era diffidente e guardingo, con un completo corredo di skills da vita di strada, ma con lo sguardo pacato, sottomesso dal peso di una condizione palesemente non desiderata, un male minore al cui bivio altre soluzioni per lui sembravano non avere senso. Quel suo sguardo lucido e sofferente, presente nel mio ricordo, rimandava in modo calzante al ritornello di Poison Heart, la canzone dei Ramones scelta “a caso” dalla mia playlist.

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Una volta parroco a Voghera nel ’20, l’ho rivisto un po’ invecchiato al mio cancello, dove appunto mi raggiungeva per alcune necessità personali e per raccontarmi un po’ di lui. Era in Italia da parecchio tempo e, come molti ragazzini del Nord Africa sbarcati negli anni, reduce da un viaggio dove il vero prezzo da pagare era sopravvivere. A oggi, sessantaduenne, non aveva perso l’aura del sogno hollywoodiano che caratterizza l’Italia ai loro occhi, trovandovi purtroppo, una volta arrivato, la povertà inevitabile, il fallimento di vita e “dipendenze anestetiche” come rimedio palliativo…

Dopo questo flash emotivo con collegamento mnemonico-musicale, rientro in ufficio e rimetto intenzionalmente la canzone con il testo che scorre e, ancora vibrante dal pugno nello stomaco di quella notizia, osservo con attenzione comparire sullo schermo queste parole:

“No one ever thought this one would survive
Helpless child, gonna walk a drum beat behind
Lock you in a dream, never let you go
Never let you laugh or smile, not you.”

“Nessuno quindi ha mai pensato che lui potesse sopravvivere, come un bambino indifeso si muove al ritmo della batteria, imprigionato in un sogno che non lo lascia libero di andare né ridere, né sorridere…”

Sembrava scritta per Monir e per chi, come lui, viene osservato dall’esterno come ospite indesiderato, portatore di disordine e disagio sociale, senza soffermarsi a pensare che lì c’è un bambino che non ha mai smesso di sognare un mondo e una vita diversi, costretto a vivere stigma sociale e marginalità quotidiani, liquidato da un “sì ma quelli lì se la vanno a cercare…!”.

Ed è proprio quando sento queste parole che mi chiedo: “Ma esattamente che cosa vanno a cercare?”. Piuttosto vedo qualcosa che non cercavano rispetto ai sogni che li hanno portati qui: qualcos’altro li ha trovati e li ha raggiunti, imprigionandoli nella marcia forzata di “una batteria”, dietro al cui suono muoversi per sopravvivere al ritmo del male minore, anestetizzandosi per dimenticare una realtà troppo dura da accettare, talvolta anche da raccontare per intero, quasi totalmente deprivati del “riso e del sorriso” che ogni tanto torna, sì, se lo compri e poi lo bevi, lo fumi o lo inietti un tot al grammo…

Il testo continua sullo schermo e, ironia della sorte, sembra parlare di me e di chi come me ha incontrato il vero Monir: “Making friends with a homeless torn up man. He just kind of smiles, it really shakes me up. There’s danger on every corner but I’m okay. Walking down the street trying to forget yesterday.”

Facendo amicizia con un povero senzatetto.Lui sorride e basta, e questo mi scuote moltoC’è pericolo ad ogni angolo ma io sto bene. Camminando lungo la strada cercando di dimenticare il passato’.Infatti,l’evento chimico/anestetico che seda provvisoriamente il dolore profondo, facendo ‘dimenticare il passato’ (restituendotelo quanto prima centuplicato) non è la gioia di cui è stato deprivato quel bambino, che per inseguire un sogno ha vissuto il viaggio della vita al contrario, nell’invisibilità sociale che gli ha negato la dignità e nello stigma che nella nostra cultura erudita e nel contempo ignorante, ha la pretesa di definirlo nel male marchiandolo con la “categoria”, che lo ha adombrato da quando è quì.

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Penso quindi che tutti siamo intossicati in realtà da un veleno che circola nel nostro cuore e non è quello che vendono i pusher “in palline” nelle zone degradate delle nostre (nostre?) città, neanche quello che utilizziamo per ripulire le cantine delle nostre (nostre? cf. Lc 12,20-21) sicure abitazioni dai topi, che negli ultimi anni sono stati i più affezionati e presenti coinquilini e conviventi di Monir, tenendogli compagnia nel suo giaciglio di Staffora. Il veleno che ci intossica è l’incapacità d’amare e l’incapacità d’amare è certamente l’incapacità dell’altro, chiunque esso sia, causa fondamentale dello sgretolamento della nostra civiltà attuale…

Caro Monir, con questo scritto volevo solo darti un nome e ringraziarti per le volte che mi hai salutato, incoraggiato, ti sei raccontato e soprattutto mi hai capito e sopportato. Ricordati di noi, “intossicati di noi” e ‘poco capaci degli altri’…poiché Dio c’è, quel Dio che ogni volta invocavi…diglieLo di avere pazienza e un po’ alla volta ti raggiungeremo, certi della tua indulgenza… intanto non smetterò di ricordarti a quel ritmo, nato nei bassifondi del Queens ed arrivato con te, sul mio pc a Voghera.

Buon viaggio amico!

Giovani

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